L’ARTE SACRA DI VILLLA SANT’ANTONIO

L’icona dell’Annunciazione

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«L’icona è dipinta sulla luce…
in cui viviamo, ci muoviamo, esistiamo…
è lo spazio della realtà autentica»
(P. Florenskij)

 

L’icona presenta l’evento dell’Annunciazione nel suo aspetto teologico più che narrativo.

San Giovanni Crisostomo chiamava la festa dell’Annunciazione «prima» festa e «radice» di tutte le feste.

Nella Chiesa romana fu introdotta da papa Sergio I (687-701) e, per l’occasione, ci fu una solenne processione a Santa Maria Maggiore, basilica i cui mosaici sono legati alla divina maternità di Maria.

Sin dall’inizio la festa fu celebrata il 25 marzo, equinozio di primavera e tempo in cui, secondo le concezioni antiche, furono creati il mondo e il primo uomo.

Nell’icona l’arcangelo si avvicina ed esprime il messaggio con un gesto di benedizione (cfr. Lc 1,26-38).

Le sue vesti sembrano leggere, aeree, conformemente alla sua natura incorporea. Lo sguardo dei suoi grandi occhi e il gesto della sua mano, ritenuto e rispettoso, sono diretti verso Maria.
L’essere spirituale si rivolge alla creatura terrestre con molta umiltà, perché sa che la giovane diverrà il tempio dell’Altissimo, di cui lui è il servitore. E sa anche che da lei, dalla sua risposta, dipende la sorte di tutta l’umanità.
«L’arcangelo Gabriele, inviato dal cielo per trasmettere alla Vergine il lieto annuncio del concepimento… pensava tra di sé meravigliato del portento: “Com’è possibile? Colui che è inaccessibile nelle alte sfere, come sarà partorito dalla Vergine? Colui che ha per trono il cielo e per sgabello dei piedi la terra, sarà contenuto nel grembo di una donna? Colui che gli angeli dalle sei ali e dagli innumerevoli occhi non possono contemplare si è degnato, con una sola parola, d’incarnarsi in una creatura! È il Verbo di Dio che è presente!”».

Una duplice verità – il Dio salvatore e l’uomo salvato – è celebrata in questa festa.

La Vergine, seduta in trono a indicare la sua nobiltà interiore, rivolge il volto a chi contempla l’icona in un atteggiamento pieno di grazia. Il suo viso esprime e trasmette l’emozione e la gioia di quel momento.
La Madre di Dio è vestita con un manto (maphorion) purpureo e una tunica blu; è seduta in trono, indossa delle scarpette rosse e i piedi sono appoggiati su una pedana: il tutto vuole indicare la sua regalità.
La posizione con il capo chino e la mano destra aperta indica l’atteggiamento dell’ascolto e della risposta; la mano sinistra è invece lungo il fianco e tiene stretto il fuso perché, secondo il Protovangelo di Giacomo, Maria riceve l’annuncio mentre sta tessendo la porpora per il velo del tempio di Gerusalemme che, al momento della morte di Gesù, si squarcerà dall’alto verso il basso.
Questo riferimento è anche simbolo del corpo del Signore che si sta tessendo nelle sue viscere (cfr. Sal 139).

In alto, dall’emisfero celeste, raffigurato con una serie di cerchi concentrici e raggi che si dirigono verso la Vergine, discende il Figlio, il Verbo eterno, Dio da Dio, Luce da Luce.
Questa celebrazione dell’incarnazione tende innanzitutto a proclamare la divina misericordia verso l’uomo: l’umiliazione volontaria del Verbo di Dio, il quale, per amore, viene a raggiungerci nella carne.
Questa festa celebra così anche l’umanità che accoglie il dono di Dio: questa umanità santa è rappresentata da Maria che, nella sorpresa, nella sottomissione e nella fede, entra nel mistero della salvezza.

Per riprendere la formula di Nicola Cabasilas: «L’incarnazione non fu soltanto l’opera di Dio, ma anche l’opera della volontà e della fede della Vergine. Senza il consenso della Purissima, senza il concorso della sua fede, questo piano sarebbe stato irrealizzabile, come lo sarebbe stato senza l’intervento delle tre Persone divine stesse».

Una duplice verità – il Dio salvatore e l’uomo salvato – è celebrata in questa festa, che diventa così anche la nostra propria festa.

Questa è la lezione che ci è data, con una gioia trattenuta, nel tropario dell’Annunciazione: «Oggi è l’inizio della nostra salvezza, è la manifestazione dell’eterno mistero: il Figlio di Dio diviene Figlio della Vergine e Gabriele annuncia la grazia. Con lui gridiamo dunque alla Madre di Dio: “Salve, o Piena di grazia, il Signore è con te!”».

 

Le iscrizioni

Un’icona dipinta deve avere inscritto il nome di ciò che rappresenta; solo così acquista compiutamente il suo carattere sacro, la sua dimensione spirituale.
Dobbiamo tenere presente l’importanza del “nome” nell’Antico Testamento: non è solo segno distintivo o titolo, ma comunicazione alla sostanza dell’originale. Con l’iscrizione l’icona è legata al suo prototipo, di cui è stata fatta la rappresentazione.
Le lettere in alto, a destra dell’aureola della Vergine, MP OY significano: «MADRE DI DIO».

 

Nelle Chiese orientali, l’icona dell’Annunciazione è posta sulle porte regali che si aprono verso il santuario e dalle quali entra ed esce la Parola: è lì che i fedeli ricevono l’Eucaristia e accolgono, come Maria, il Verbo fatto carne.

Le «porte regali» – così Elémire Zolla aveva reso il termine ikonostasis – erano interpretate come soglia e punto di trapasso: «…il velo del visibile per un istante si squarcia e attraverso ad esso (…) ecco, invisibile soffia un alito che non è di quaggiù: questo e l’altro mondo si aprono l’uno all’altro…».

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